Questo progetto nasce dalla curiosità verso le antiche maschere della Sardegna, studiando le origini e mettendo da parte il folklore che spesso aleggia in questi argomenti, ho scoperto cosa si ciela dietro i riti e le maschere che ancora oggi rappresentano la parte più antica di questa Terra. Grazie agli studi del Prof. Salvatore Dedola sulle etimologie dei termini legati al carnevale e alle religioni pre-cristiane, all'impegno di studiosi come Nicola Marongiu e Cinzia Carrus e naturalmente grazie alla collaborazione degli stessi protagonisti delle associazioni culturali sono riuscito a realizzare un reportage sul significato delle maschere della mia Terra natia. Buona lettura, Luca.
La Sardegna, un isola incantevole nel cuore del mar Mediterraneo, una Terra di rara bellezza che rimane nel cuore di chi la visita. La terra del profondo blu, come veniva chiamata anticamente, luogo di incontro tra i popoli del mare e crocevia di culture e conoscenze. Una terra che conserva le antiche tradizioni e, sebbene mutati, i riti legati alla fertilità, alla vita e alla procreazione che vengono ancora oggi rappresentati durante le celebrazioni del Carnevale. Un fenomeno che oggi viene vissuto come periodo di spensieratezza e festa ma che in realtà cela dietro un significato diverso da quello che tutti conosciamo. Attraverso l'analisi delle maschere ed i suoi riti e grazie agli studi etimologici sui termini, siamo in grado di restituire il reale contenuto e importanza delle parole, riesumando così l'anima del Carnevale. Lo studio approfondito sulle etimologie ci ha permesso di scavare attraverso i secoli e restituire l'antico significato delle parole. Un metodo rigoroso e scientifico che mette in luce un passato lontano, un tesoro rimasto sepolto per 1600 anni e che ci porta oggi, attraverso questa mostra, a scoprire il vero significato del Carnevale e le relative maschere. Il Carnevale Il carnevale è una festa celebrata principalmente nei Paesi di tradizione cattolica. I festeggiamenti gioiosi e la spensieratezza sono una peculiarità di questa manifestazione, la sua caratteristica principale è l'uso del mascheramento e dei carri allegorici. I giorni più importanti sono il Giovedì grasso e Martedì grasso ossia l'ultimo giovedì e l'ultimo martedì prima dell'inizio della Quaresima. Ma è sempre stato così? I quaranta giorni della Quaresima replicano i quaranta del digiuno di Gesù nel deserto, un esempio per i fedeli che s’avviano a celebrare la passione e la morte del Maestro. Nel Medioevo la Quaresima dovette essere rigorosa: niente carne, grassi, dolci, banchetti, feste; e digiuno totale in Settimana Santa. La Chiesa romana non poteva chiedere di più al popolo, anzi sentiva il dovere di riequilibrare l’evento. Ecco la concessione del Carnevale (anzi, la sua reinvenzione!), un periodo esteso quanto la Quaresima, dedicato alla baldoria e alla sfrenatezza. In realtà la Chiesa modificò e rese inoffensivo lo stesso poichè esso conservava al suo interno una dottrina assai più pericolosa della spensierata sfrenatezza consentita. Sono i Misteri in quanto tali che la Chiesa intendeva annientare. Essa voleva far risaltare l’unicità della morte e resurrezione del Cristo, occultando e obliterando gli identici riti di morte e resurrezione preesistenti. I Misteri erano stati il nucleo adamantino delle religioni fertilistiche, ed avevano operato per tutto il mondo prima che altre religioni riuscissero a scompaginarli e coartarli, relegandoli vie più nell’ombra, letteralmente al buio. Infatti i Misteri baluginano nella storia come religioni eminentemente notturne.
I Misteri Eleusini in Grecia furono notissimi; la loro segretezza fu rigorosa; sappiamo soltanto che, oltre alla classe media, vi partecipavano anzitutto gli optimates locali. Infatti i Misteri d’Atene erano organizzati da due famiglie aristocratiche. Fra gli uomini illustri iniziati possiamo citare Pindaro, Aristofane, Euripide, Platone, Aristotele, Empedocle, Pausania, Cicerone, Elio Aristide, Marco Aurelio. Nessun uomo destinato alle cariche pubbliche poteva esimersi dall’essere iniziato, poiché soltanto i Misteri predisponevano all’equilibrio e alla saggezza necessari a governare.Non a caso la filosofia greca, specie quella platonica, fiorì soltanto per il potente ed esclusivo impulso vivificante dei Mystéria. Senso e compito dell’iniziazione misterica, al pari dell’iniziazione filosofica, è d’imparare a morire. Malgrado la presenza di uomini, la partecipazione ai Misteri fu fenomeno eminentemente femminile, specie nei momenti di alta socialità, e ciò perché la donna, la sua femminilità, era il centro attorno a cui ruotava l’intera concezione misterica, talché la parte più recondita del rito era faccenda riservata alle sole donne. È singolare che gli antichi scrittori greci ci abbiano lasciato le testimonianze dei Misteri senza però riuscire a restituirci le ragioni profonde di quelle azioni. Orfismo e dionisismo. A differenza dei Mystéria propriamente detti, i quali non erano insegnati tramite libri, l’orfismo era deliberatamente illustrato e tramandato grazie a una gran quantità di libri. In relazione ai Misteri greci, s’usa spesso il termine orfismo come comoda semplificazione per indicare un plancher arcaico di miti e credenze misteriche, la ricerca di un tipo di vita igienicamente corretta ed ecologica, il divieto di sacrifici cruenti, la fede dell'anima custodita nel corpo per scontare le proprie colpe, la punizione dopo la morte per i profani, la beatitudine per gli iniziati. In epoca romana, il culto di Dióniso con i suoi misteri era il più diffuso nel mondo ellenizzato, sia a livello statale, sia a livello di associazioni private. Vi erano processioni, danze, pantomime. Adone era il dio siro-fenicio della natura; il suo culto si espanse anche in Grecia, e lì si trovò a competere e fondersi con la corrente mistica relativa a Dióniso, del quale esisteva una storia sacra diversa. Nascita del drama; il teatro. Nei misteri il richiamo insistente a Diόnysos quale donatore della Vitis vinifera, ed a Demetra quale donatrice dei cereali, intende mettere in scena la rappresentazione dell’agricoltura, quella conquista epocale che traghettò l’uomo dalla ferinità alla civiltà. Anticamente si credeva che la ripetizione scenica di un evento cruciale (in questo caso le operazioni agricole) ne rafforzasse le probabilità d’un esito felice. Ecco la causa delle rappresentazioni misteriche (e di conseguenza dei Carnevali): erano operate in forma drammatica, e si confezionavano anche le maschere dei singoli personaggi rappresentati: chi si vestiva da agricoltore, chi da toro aratorio, chi portava l’aratro, chi si vestiva da baccante, chi portava il vino, chi portava il maiale grufolatore, chi infilava sul capo l’intero teschio del caprone, o del toro, o del porco in quanto animali inseminatori e fecondatori. L’uomo ha sempre appagato il proprio immaginario con simboli. Senza simboli, senza statue, senza mimica teatrale, la fantasia dell’uomo non ha mai avuto un referente su cui affiggere le proprie preghiere. Ecco spiegata tutta la trama del Carnevale sardo. La stessa trama, le stesse processioni da cui nacque il teatro greco, la tragedia, le rappresentazioni drammatiche del Mediterraneo. La stessa trama che vediamo solennizzata nei singoli atti della Messa cristiana.
DIÓNISOS. Per formulare l’etimologia di Dióniso sembrerebbe congruo ricuperare il mito della forza produttiva della terra nonché quello della follia, che Dioniso induceva mediante le feste sfrenate delle donne. Per Διόνυσος sembra quindi logica la base etimologica dell’akk. di’ûm ‘una malattia alla testa’ + nīšu(m) ‘libidine (sessuale)’: il composto significherebbe ‘pazzo di sesso’ o ‘il pazzo del sesso’; ma questa traduzione, per quanto attagliata, è inverosimile perché rivolta a un dio. In una società come quella greca non era possibile estremizzare assurdamente la visione del mondo, invocando come ‘pazzo di sesso’ un dio preposto a Misteri di alto valore spirituale. Il fatto che il rito di Διόνυσος assuma forma misterica e sia abbinato inscindibilmente con quello eleusino di Δημήτερ (la Dea Mater Universalis), lascia abbondantemente capire che Διόνυσος alle origini non fu altro che il paredro della Dea Mater, ossia il Dio dell’Universo. Quindi è congruo pensare che la base etimologica di Διόνυσος sia il sum. de ‘creare’ + u ‘totalità, universo’ (de-u ‘Creatore dell’Universo’) + nu ‘procreatore, genitore’ + šu ‘totality’ (nu-šu ‘genitore della totalità’ degli esseri viventi). ADON, Adonai è nome ebraico, semitico = 'signore' (bab. adû). Ma il termine babilonese è l’esito del non più compreso sum. ad ‘zoppo’ + un ‘cielo’: ad-un = ‘lo zoppo del cielo’. Infatti Adone muore per la zannata inferta dal cinghiale all’arteria femorale. Il mito dell'eterno ritorno Nei riti di Adone il popolo anticamente credeva che celebrando i riti magici fosse possibile far risorgere il Dio destinato alla Morte. Le cerimonie erano rappresentazioni sceniche dei processi naturali che l'uomo (e le donne) desideravano agevolare. È infatti dottrina comune della magia che sia possibile produrre un effetto semplicemente imitandolo. Durante queste rappresentazioni sceniche di morte e resurrezione della natura si accompagnava l'unione, scenica o reale, dei due sessi mirante a sollecitare la perpetuazione della natura e degli esseri viventi. In questi eventi rituali d’origine paleo-neolitica è racchiusa l’anima del Carnevale. Il Carnevale rinnova annualmente il mito dell’Eterno Ritorno, rievoca il Chaos cui segue l’ordine, il Cosmos: per questo esso celebra da sempre i riti di morte e resurrezione rappresentati da Adone (Siria, Fenicia), Attis (Frigia), Dióniso (Grecia), Ba῾lu (Canaan), Osìride (Egitto), Tammuz (Babilonia), Mascatzu (Sardegna). I personaggi dei Carnevali italici e sardi hanno nomi misteriosi, difficili da dipanare rispetto a quelli meno ermetici dell’Eurasia: ciò a causa dell’opera annientatrice portata avanti dalla Chiesa.
Il Carrasegare Questo evento ciclico è rappresentato teologicamente dalla uccisione di Adone (e della Natura) ad opera del cinghiale (esso è l’antagonista del Dio della Natura, e ciclicamente pretende di riportare lo sconquasso tra i processi regolari della vita). Le cerimonie orfiche erano rappresentazioni sceniche dello sconquasso nonché degli ordinati processi naturali che l'uomo (e le donne) desideravano ripristinare. Ecco svelate le pantomime, le vere e proprie rappresentazioni teatrali in motu, che i Carnevali sardi ancora conservano mimando, con vario risalto secondo i villaggi, gli eventi fondamentali, evidenziati in scene ripetute per l’intero percorso, con ruoli nitidi, o confusi, o capovolti secondo i villaggi. Quindi abbiamo: 1. su Mamuthone che balla su ballu tzoppu, un ballo detto anche bìkkiri, o sciampitta (chi avanza zoppicando evoca il dio Adone mortalmente ferito all’inguine, quindi incapace di camminare). 2. Il dio dell’Ordine (Marduk, o Mascatzu per la Sardegna) è rappresentato da s’Issoccadore, che tenta ripetutamente di prendere al laccio e raffrenare la scomposta sarabanda della folla mascherata (rappresentante il Chaos). 3. I duelli rituali tra due maschere con diversa caratza rievocano la lotta di Marduk contro Tiamat, del Cosmos contro il Chaos, rappresentati da s’Omadore che tenta di tenere al laccio s’Urtzu (il Chaos) bastonandolo e pungolandolo fino a renderlo esanime; tale “vittima” è presente sotto forma di capro, cervo, cinghiale, i quali sono ipostasi della bestia che uccise Adone: di essa occorre imbrigliare la dissoluta potenza, perché rappresenta il Chaos che deve essere ridotto al Cosmos, all’ordine del Creato. 4. Zorzi (o Giogli) è considerato molto spesso il “Re” (la figura centrale) del Carnevale; in genere simula Adone morituro portato in processione funebre, seguito dal popolo mascherato che lo compiange, sino al luogo della sua sommersione o arsione, dal quale risorgerà. In Sardegna è praticata l’arsione, tutto termina col rogo finale, epilogo della sacra pantomima. I Carnevali della Sardegna interna si differenziano l’un l’altro perché ciascuno ha conservato un momento diverso, o più accentuato, della rappresentazione paleo-neolitica. Figure vestite a lutto piangono la morte di Dio e con essa la fertilità che viene a mancare. Sono uomini col gabbano nero, cappuccio calato sugli occhi, volto annerito di carbone, pantaloni neri, gambali neri. Il nero copre tutto: segno di lutto profondo perché alla morte di Dio la Terra s’oscura e cessa di produrre.
Quali sono quindi le basi etimologiche di: Carnevale, Carnasciale, Carrasegare ? CARNEVALE è invece parola arcaica, con base etimologica nell’akk. qarnu(m) ‘potenza, potere’ + (w)âru(m) ‘andare contro, scontrarsi con’: qarniwâru ‘andare contro il Potere’. Quindi la parola mette in risalto proprio lo “scontro” tra i Poteri della Cosmogonia: il Chaos contro l’Ordine. CARNASCIALE (sardo Carrasciale), altra parola italico-mediterranea, ha base etimologica nell’akk. qarnu(m) ‘potenza, potere’ + šalû(m) ‘to tear to pieces, fare a pezzi, strappare a pezzetti’. Al verbo accadico fa riscontro l’it. scialo ‘spreco, distruzione di beni’, scialare ‘sprecare, distruggere beni’. Quindi qarnišalû indicò in origine ‘la distruzione del Potere, dei Potenti’; o anche šalû(m) ‘annegamento’, onde ‘annegamento, sommersione dei potenti’ (non a caso Tiamat, il Chaos, rappresentava l’Oceano indistinto primordiale). CARRESEGARE è parola tipicamente sarda, avente base nell’akk. qarnu(m) ‘potenza, potere’ + seḫu ‘rivoltarsi, distruggere, dissacrare’: qarniseḫu ‘rivolta contro il Potere’. Le tre parole-chiave mediterranee svelano completamente tutta la tradizione dell’Eterno Ritorno e del capovolgimento dell’Ordine, un periodo in cui i poveri possono dileggiare i ricchi, gli schiavi possono essere serviti dai padroni, i re possono essere schiaffeggiati dai sacerdoti in nome del popolo. La processione mascherata è un’icona di tale Capovolgimento.
Le Maschere Le maschere del Navigium Isidis si ritrovano in ogni Carnevale, ma anche fuori contesto. Ad esempio, a Venezia si circolava spesso mascherati per nascondere l’identità ai curiosi. La maschera cinematografica (il buttafuori) aveva esigenza di mascherarsi per evitare rappresaglie dai molestatori ch’entravano al cinema. I medici si mascheravano con facciali orridi in funzione apotropaica, al fine di sconfiggere il Male che gli s’ergeva contro impersonificato dal malato. Le maschere apotropaiche nel lontano passato erano di largo uso, credendosi così di poter scacciare i demoni che minacciavano il benessere umano. Così fu anche per certi animali, specialmente i cavalli da tiro (l’unico patrimonio del povero carrettiere) ai quali, non essendo possibile una maschera facciale, si appendeva in fronte uno specchietto donde lo spirito maligno, specchiandosi, rifuggiva inorridito. Spesso a Sassari il regolamento di conti tra rivali avveniva proprio durante il Carnevale, confusi tra le maschere che compiangevano Giόgli morituro. Nell’antica Grecia gli attori delle commedie e delle tragedie erano mascherati; in tal guisa parlavano liberamente anche contro i potenti, non temendo d’essere riconosciuti. Mircea Eliade diceva che le maschere carnevalesche sono i morti che tornano, e devono essere placati ricacciando il Chaos e riportando la Cosmogonia. Sarà così? Vediamo. MÀSCARA = it. màschera 'volto finto' servì da sempre a nascondere l’identità, consentendo di dichiarare liberamente il pensiero. Il sardo màscara è originario < sum. maš 'puro' + ka 'parola' + ra 'indirizzare' = maš-ka-ra 'indirizzare parole pure, schiette'. Fu questo lo scopo principale delle maschere di Carnevale. Altrimenti non sarebbe stata mai possibile la sfrenatezza loro e quella del Carnevale in generale.
SA SARTIGLIA È ora di entrare più a fondo nello spirito del Carnevali sardi, osservando dappresso il celebre palio carnevalesco di Oristano: una gara all’anello. Cfr. sp. sortija ‘anello’, sp. saltillo ‘giuoco di carnevale’ per il quale si appende una gallina ad una corda tesa attraverso la strada, e correndo a cavallo se ne strappa il collo. Base etimologica di Sartìglia è il sum. šar ‘cerchio’ + til ‘palo’ = ‘cerchio del palo’. A dispetto dell’arcaicità del termine, il palo, palio viene proposto (dai medievalisti) come invenzione medievale. Addirittura, molti ricercatori malaccorti,pretendono che questa manifestazione carnevalesca cominci in Sardegna con l’occupazione iberica. Ovviamente non è così; è assurdo – in linea di principio oltreché in base a un metodo razionalista – accettare la cappa plumbea di un non-pensiero che obbliga a immaginare che ogni vagito di civiltà sia pervenuto in Sardegna grazie ai conquistatori e, in sovrappiù, che sia giunto tardissimo, a cominciare dal 1500, più raramente dal 1323, rarissimamente dal 1016, il poco rimanente dall’Impero romano, al disotto dell’Annus Christi la ferinità totale.
LA PIOGGIA, L’ACQUA, SU CUMPUNIDÒRI Gran parte delle manifestazioni carnevalesche del Centro Sardegna, cominciando dalla Sartiglia, passando per la Barbagia e terminando con i Mamuthones, sono arcaici allestimenti collettivi dedicati al rinnovo del ciclo annuale della Natura, al cui centro stava una spettacolare esibizione magica interamente protesa ad invocare la pioggia. Tutta la popolazione ne era coinvolta, a nessuno era concesso sottrarsi, perché l’annata agraria, i pascoli, lo stesso destino del villaggio, erano legati indissolubilmente ai buoni pronostici di questa recita fertilistica, nella quale la collettività interpretava dei ruoli fissi entro un canovaccio immutabile, sia pure nella variabilità dei gesti e delle espressioni individuali.
Fatto singolare, è proprio su Cumpunidòri a svelare, nella solenne fissità dei gesti rivolti al popolo, la reale natura dello sciamano. Il ruolo dello sciamano è assai poco percepibile nella cultura sarda, se non decifrando un concetto pervenuto tra i contemporanei come aggettivo dai connotati meschini, miserandi, ridicoli: su maccu. In questo capovolgimento e affossamento sociale percepiamo l’ovvia intromissione del clero bizantino, che nei “secoli bui” della storia sarda produsse a forza un’autentica catastrofe linguistica e comportamentale, trascinando nel fango e nell’indecenza “carnascialesca” i solenni e complessi rituali sacri d’un intero popolo. MACCU. Sappiamo quali origini abbia la parola sarda connotante lo 'scimunito, pazzoide'. Con esso Plauto (256-184 a.e.v.) creò persino il nome d'un personaggio delle Atellanae, Maccus, una specie di Pulcinella, un imbecille cui piaceva mangiare e divertirsi, sempre al centro di avventure e intrallazzi dei quali spesso rimaneva vittima, seduttore-sedotto, truffatore-truffato. Quel prolifico nome mediterraneo, preesistito a Plauto, diede anche vita ai termini italici maccherone e macchietta, connotanti le persone soggette ai lazzi ed alle scurrilità altrui. Invero nelle relazioni interpersonali è sempre stato difficile sottrarsi ad un destino di vittima, allorché il portamento, le intenzioni, il carattere, l’espressione dell’individuo danno facile stura alle prevaricazioni del branco. Maccus, sardo maccu, ha base etimologica nell’akk. mākum, makû(m) ‘esser carente, privo di, aver bisogno’, makû ‘essere assente, mancare di qualcosa o di tutto (anche nella mente)’. In sardo sett. si dice mancanti per ‘pazzo’, letteralm. ‘privo di comprendonio’. Da tale base linguistica sortì la figura delle Atellanae e la stessa figura sarda, la quale è molto arcaica, esistente da millenni prima del personaggio letterario italico. Ci vuole poco a mettere in relazione l’akk. mākum ‘carente, privo’ con l'akk. maḫḫûm 'estatico, profeta', da maḫûm = 'furoreggiare, entrare in trance'. Nell’alta antichità evidentemente la gradualità dei comportamenti personali si stagliava in un’ampia fenomenologia del possibile, come oggi; ma nel far salve le vere e proprie “macchiette” ammesse al ludibrio, allo scherno, o allo scherzo bonario, si condivideva un limite, oltre il quale germogliava periodicamente il mistero e l’autorità d’una figura rispettata e protetta, destinata ad assurgere a profeta della collettività. Fenomeno noto anche agli Ebrei, a chiunque nel Mediterraneo, e che nell’isola di Sardegna fornì le personalità adatte al ruolo della sibilla o delle altre funzioni sacerdotali già indagate in questa Sezione. Visto sotto questo aspetto, su maccu nell’alta antichità non fu altro che la figura altrove detta mágos. MAGOS è termine greco indicante ‘colui che esercita la magìa’. Il termine appare nell’italiano nel 1300 con Dante. Riproduco l’indagine fatta dal DELI: «Vc. dotta, lat. măgu(m) dal gr. mágos, per Erodoto ‘sacerdote persiano che interpreta i sogni’, un prestito dalla stessa lingua dei Persi (già nelle iscrizioni cuneiformi), per i quali maguš era denominazione propria alla sfera della religione e del culto, ancora priva, però, di etimologia. Anche il tardo der. lat. magīa(m) (in Apuleio già col senso di ‘stregoneria’) riproduce il gr. magéia ‘l’arte dei magi persiani’, e così pure l’agg. măgicu(m) ripete il gr. magikόs». La lingua persiana era a contatto con quella accadica, ed è proprio nel cuneiforme che troviamo le basi più antiche del termine: maḫḫu ‘esaltato’, maḫḫû(m) ‘estatico, profeta’, mâḫum ‘uscir fuori (di sé), dipartirsi’ (dell’estatico), maḫû(m) ‘diventare frenetico, delirare’. E così approdiamo alla pioggia e al personaggio detto Cumpunidòri. CUMPUNIDÒRI. Questo nome sacro del Carnevale di Oristano è legato alla pioggia invernale, ed ha base etimologica nell’akk. kuppu-nīdu-ri (suff. d'agente -òri ed epentesi paronomastica -m-). Kuppu < akk. 'sorgente d’acqua', nīdu = 'cumulus' (cloud). Cu(m)punidòri = 'colui che fa sgorgare acqua dai cumuli-nembi'. Egli è il mago della comunità, è lo sciamano, il profeta che va in estasi: è su maccu. Ecco svelato l’arcano de sa Pippìa de Máju. PIPPIA de MÁJU. Su Cumpunidòri tiene nella destra un piccolo scettro, sa Pippìa de Máju, agitata in atto benedicente, che i “dotti” banalizzano e riducono assurdamente a Bambina di maggio, tenendo nascoste le ragioni di tanto azzardo etimologico. Invero la base etimologica di máju sta nell’akk. maḫḫu 'estatico, profeta, sciamano'. Con quella pippìa, su Cumponidòri (su maḫḫu) benedice veramente la folla, ma un tempo aspergeva acqua benedetta. Su maḫḫu fu poi dissacrato dai preti bizantini, e divenne maccu ‘matto, scemo’, nome che torna a fare buona compagnia al Maccus plautino. PIPPÌA. Anche sa pippìa ha basi accadiche, da pīum, raddoppiato in termini sacrali: pī-pīum = 'apertura, sorgente' di fiume, di cateratte del cielo. Quindi sa Pippìa de Máju indicò la 'apertura delle sorgenti (celesti) ad opera del profeta'. Mentre in epoca bizantina fu ridotta a pippìa, ossia a ‘bambina’, rendendo l’evento incompreso e ridicolo. MARTISBERRI personaggio di Ulàssai < akk. martu ‘palo (sacro)’ + berû ‘essere in penuria d’acqua; essere affamato, in carestia’: martiberû = ‘palo sacro delle carestie, delle piogge’. Il palo fu ovviamente effigiato in forma di fallo. Martisberri è uno dei tanti nomi coi quali fu appellato il Dio della Natura. Che i Gairesi (v. infra) immaginassero Martiperra-Martisberri come un grosso gatto, la dice lunga: gattu = ‘statua fallica, immagine del Dio’ (da portare in processione). MARTIPERRA personaggio carnevalesco di Gairo. «S’immaginava Martiperra come un grosso gatto, pronto a graffiare e lacerare le carni di coloro che il martedì grasso se la passavano a lavorare, anziché a godersi la sua festa». Il nome ricorre in tante preghiere per la siccità, quando la statua del santo protettore è portata in processione e immersa nel corso d’acqua cantando: Abba a terra a sos laores/ Acqua ai campi di grano pizzu e perra a sos minores/una sfoglia e mezzo pane per piccoli e unu cantu da azzanta/e un pezzo in aggiunta (ai grandi) Misericordia Santa/Misericordia santa. SANDRIPERRA (Esterzili) “re” del Carnevale, pagliaccio portato al rogo < akk. sādu ‘pascolo’ + berû ‘penuria d’acqua’: sā(n)diberû = ‘pascoli in siccità’ (epentesi).
MAIMÒNE. Nel Carnevale di Oniferi è un fantoccio trasportato da un asino e munito di ampie corna caprine, maschera ricavata da una pala di ficodindia. Un corteo di maschere vestite a lutto, il volto tinto di nero, accompagna il fantoccio portando con sé, in genere, un animale vivo ingabbiato. A Sarùle, Maimòne è una maschera indossata da un uomo, vestito di nero, volto coperto da una pala di ficodindia (scelta apposta perché zeppa d’acqua) da cui sono ricavati occhi e bocca. La base etimologica si ritrova nell’ebr. maim ‘acqua’, documentato nell’Oristanese e nell’Iglesiente fino all’età moderna. Cfr. akk. māmū ‘acqua’. Una variante è Mamòne, nome del sito dove sorge il Tirso, il fiume più lungo della Sardegna.
MAMMUTHONE, mummuttòne, mamussòne, malmuntòne, mamuntòmo, notissima maschera orrida dei Carnevali barbaricini, viene intesa in Sardegna anzitutto come ‘spauracchio’. Ma, come successe per tutte le demonizzazioni del Medioevo, anche questa demonizzazione (nonché la stessa storpiatura della mostruosa maschera facciale) fu indotta, come vedremo, dai preti bizantini durante i “secoli bui” della Sardegna. Non c’è dubbio che una radice di questo nome “diabolico” sia abbinata al cognome sardo Mu, Mou, Moi, Mua < akk. mû ‘acqua’. In origine, quindi, Mum-mu-thòne (radice reduplicata in termini sacrali) + sum. tun ‘contenitore, nuvola’, indicò la ‘grande nuvola di pioggia’. Confronta al riguardo anche la radice etimologica di Maimone, da maim ‘acqua’, una variante di mû. Però non è soltanto l’Acqua Primordiale a saturare il significato di questa maschera. Purtroppo l’epiteto Mammuthone, Mummuthone rientra tra i pochi nomi della civiltà sarda la cui interpretazione diviene complessa quante più sono le radici linguistiche comparabili. Il cognome Mu < mû ‘acqua’ è soltanto una delle componenti che occhieggiano in Mumuthone. L’abbondanza di radicali (e nomi) concorrenti facilitò i denigratori cristiani a indurre il popolo nel privilegiare in Mammuthone la base ugaritica Motu, indicante un dio demoniaco che poneva fine alle attività vitali: era ‘la Morte’. Da Motu prese piede nel Mediterraneo un nome con varie sfumature fonetiche, che in Sardegna divenne Mommoti (voce raddoppiata in superlativo per indicarne la terribilità). Certamente i mamoiadini col Carnevale celebravano sin dalle origini non solo il valore dell’Acqua Rigeneratrice ma, assieme ad essa – componente inestricabile – anche il mito di Adone Morto, la cui immersione nell’Acqua ne determinava la Resurrezione. Immagino che l’incastonamento di Motu nell’epiteto Mu-muth-one abbia favorito i preti bizantini, 1400 anni fa, ad istigare i fedeli di Mamoiada a rendere orrida la maschera del proprio Dio, imbonendoli con l’ideologia pretesca del macabro e del funesto. L’abbondanza di radicali disponibili suggerisce anche una terza opzione, la quale rimena ai riti iniziali del Carnevale, alle cerimonie di Purificazione collettiva mediante il fuoco (Sant’Antoni e su fogu, sa Candelora, e pure il finale rogo del pupazzo, usuale in quasi tutta l’Isola, a memoria di più brutali usanze quando al fuoco andava un uomo o una donna, scelti quali vittime sacrificali). In tal guisa è possibile leggere Mamuthone come agglutinazione di ma ‘bruciare’ + mu ‘far rumore’ + tu ‘leader’, nu ‘creatore’. In tal guisa il significato complessivo sarebbe ‘Dio Creatore da bruciare con frastuono’.
MERDÙLES. Sono le maschere carnascialesche di Ottana. Tutte le maschere di Ottana vengono in genere chiamate Merdùles. Ma su Merdùle vero e proprio indossa bianche pelli di pecora (sas peḍḍes), porta in capo un nero fazzoletto muliebre e sul viso una nera maschera antropomorfa (sa caratza) in legno di perastro; sovente questa maschera impassibile è resa deforme da bocche storte, dentacci o nasi lunghi o adunchi. Su Merdùle tiene in mano un nodoso bastone (su matzuccu) e una frusta di cuoio (sa soca). Ha gambali in cuoio e calza le solite scarpe da pastore. Nella rappresentazione scenica egli tiene legato il bue (su bòe, la seconda maschera) e in disordinato e tumultuoso corteo lo sospinge ma cerca di limitarne la furia. Su bòe si ribella e si scaglia contro il padrone, tentando goffamente di moderarne le aggressioni; sbuffa, scalcia, infine si getta a terra sfinito, esanime. La terza maschera è sa filonzàna, 'la parca' che tesse il filo dell'esistenza. Qualcuno presume che il nome Merdùle derivi, sic et simpliciter, da merda; altri, con più acume filologico, pensano ad origine nuragica, da mere 'padrone' + ule 'bue' ('padrone del bue'). La base etimologica di Merdùle sta a sua volta nel sum. me ‘battaglia, combattimento’ + er ‘lutto, compianto’ + dulum ‘tristezza, tormento, dolore’, ‘duro lavoro, fatica’: me-er-dulum, composto paratattico. Il significato sintetico sembra essere ‘combattimento, compianto, tormento’ (che emblematicamente sono gli aspetti dominanti nell’impegno dell’uomo a procacciarsi il pane). Le tre maschere citate sono gli attori di questa pantomima, e ognuna impersona uno degli aspetti qui messi in evidenza.
GRÁSTULA. Parca che tesse il filo dell’esistenza e s’appresta a tagliarlo. Presente nel Carnevale normalmente come Filonzàna ‘colei che fila’, anzi, ‘Fata che fila’ (Giana, Zana è la fata). Nel Carnevale di Gadòni è chiamata Grástula < akk. ḫarāṣu(m) ‘tagliare di netto’, ‘rompere con un colpo’ + tulû(m) ‘capezzolo, mammella’ = ‘(colei che) stacca il nutrimento’ (stato costrutto ḫ[a]rāṣ-tulû). Grástula non è da confondere con cràstula ‘pettegola’ < akk. karṣu ‘calunniare’ (sum. kar ‘insultare’) + sum. tul ‘pozzo’ = ‘ruffiana del pozzo’, così detta perché in origine le donne convergevano al pozzo del villaggio, dove potevano scambiarsi le informazioni.
I DIAVOLI Nell’indagare a fondo l’etnologia della Sardegna, scopriamo che molti personaggi legati ai Carnevali (e alle feste adonie) nel Medioevo divennero diavoli. Ciò rientra nella vasta operazione di “polizia” condotta dalla Chiesa cristiana per cancellare ogni forma della religiosità popolare. Prima del Cristianesimo i diavoli non esistevano. Non a caso attualmente alcuni nomi di diavoli sono conservati nei cognomi. Poiché i cognomi hanno subito una millenaria transizione ch’ebbe la prima origine nei nomi personali, ci dobbiamo domandare che motivo avesse una madre a dare al proprio figlio, alla propria figlia un nome diabolico. Ciò indica soltanto un fatto: che prima del Cristianesimo quei nomi preesistevano come beneauguranti. Sarebbe ora che i cosiddetti “diavoli” della Sardegna rientrino nei ranghi benigni dai quali provengono. BUNDU. È la maschera carnevalesca tipica di Orani, maschera di sughero per un rito che vorrebbe essere infernale ma che finisce col divenire benefico: esseri con le corna, baffi, pizzetto, naso grande e grifagno, che urlano con voce bestiale ma che poi seminano il grano. A parte la maschera facciale, la veste de sos Bundos è uguale a quella di tutte le maschere barbaricine. Dolores Turchi traduce semplicemente bundu come 'spirito'. Wagner scrive che in log. bundu è il 'demonio', uno 'spirito maligno', la cui etimologia sarebbe dal lat. (vaga)bundus. Il termine bundu riguarda più che altro il centro-nord dell'isola, ma pure qui non si riesce ad essere netti nell'attribuirgli una natura infernale oppure benigna. La credenza popolare vuole che questa creatura mitica uscisse allo scoperto con lo scopo d’incutere maggior timore agli umani (in questo caso rappresentava il male). All'opposto si credeva che si mostrasse sulla terra per invocare benevolenza dalle possenti forze della natura, e propiziare raccolti abbondanti (in questo caso rappresentava il bene)... La messa in scena [carnevalesca] prevede un corteo di numerosi Bundos che impugnano i forconi e tengono in mano sos mojos. Mettono in scena il rito della semina». Da tutte queste testimonianze – emblema della irresolutezza con cui il tentativo di satanizzare questo personaggio ha vagato dal Medioevo ad oggi – sembra proprio il caso di catalogare sos Bundos tra gli elfi, cioè tra gli esseri dispettosi, talora maligni, ma che anzitutto sono démoni della natura, propiziatori delle energie della Terra, quindi favorevoli alle attività umane. Un tempo su Bundu in lingua locale doveva indicare proprio il Dio della Natura. La base etimologica deriva dall'akk. būdu (una peste), che però col tempo si fuse o si sovrappose concettualmente all'altro termine būnu(m) 'bontà, favore, buone intenzioni'.
MASCATZU è un diavolo, come Trullio, Brutu, Éstiu, Maimoni, Maskinganna. Leunardu e altri. La base etimologica è l’akk. mašḫu ‘god’ + (w)aṣû(m) ‘far crescere, germogliare, erompere’; mašḫ-aṣû = ‘dio che sovrintende alla nascita della Natura’. Con ogni probabilità, questo era uno degli appellativi sardi più in voga per chiamare il Dio della Natura. LE DANZE In ogni Carnevale c’è musica, canto, danza. Lo stesso avveniva nelle processioni fertilistiche, per solennizzare i riti di Adone. Durante le cerimonie orfiche erano cantati degli inni propiziatori, dei quali 87 restano raccolti dal Kern. Nell’idillio XV, Teόcrito narra che nel tempio di Afrodite una ragazza dalla voce bellissima canta l’inno ad Adone presso la statua del Dio morente. È la stessa ragazza che nell’anno precedente aveva cantato, uscendo prima dell’alba dal palazzo-tempio, la lamentazione per la morte di Adone. Le danze per Adone morto dovevano essere particolari. In quanto tali, esse sono trascorse col tempo a connotare integralmente il Carnevale della Sardegna. Peraltro un’eco dei canti e balli delle processioni fertilistiche echeggia anche nella processione dei Candelieri di Sassari, arcaico rito-processione di nove immensi phálloi portati con grande euforia attraverso la città a passo di danza, preceduti dal festoso e arcaico suono del flauto e dal frenetico rullo dei tamburi sonati con ritmi identici a quelli noti nelle feste dell’antica Grecia. BÌKKIRI. Significa 'ballo zoppo, sciampitta'. Dolores Turchi1 dà gli elementi antropologici per inquadrare il fenomeno nell'ambito del Carnevale sardo. «Tra le maschere tradizionali, antico retaggio del culto dionisiaco, la vittima sacrificale si muove mimando uno squilibrio deambulatorio. Questo risulta molto evidente soprattutto nella maschera del mamuthone di Mamoiada che esegue una sorta di danza zoppicante. In alcuni paesi in cui il Carnevale tradizionale è scomparso già dall'Ottocento è rimasta la danza che si svolgeva prima del sacrificio della vittima, in genere simboleggiata da un fantoccio arso su un rogo. Questa danza, in paesi come Sarule e Orani, era chiamata "su ballu tzoppu", a Ollolai "s'indassia", altrove "bikkiri" o "ballu bikkirinu", tutte danze caratterizzate da un certo passo claudicante, fatte con compostezza, in silenzio, con lo sguardo perduto nel vuoto. Pur non conoscendone il significato, è presumibile che tali danze simboleggiassero il passaggio della vittima sacrificale dal mondo dei vivi a quello dei morti». SCIAMPITTA Forse è proprio sa sciampitta il nome più arcaico richiamante la danza zoppa dei Carnevali sardi. La base etimologica pare il sum. ša ‘to snap off, rompere con un colpo secco’ o šab ‘articolazione inguinale’ + akk. ittu ‘caratteristica, natura speciale, condizioni ominose’: šab-ittu indicò in origine la ‘(danza) caratterizzata dall’articolazione inguinale’. Insomma, essa si riferiva ancora e sempre al Dio Adone ferito mortalmente all’inguine, che arranca zoppicando verso la sua fine.